2026-09-16

Perché l’email che aspetti con urgenza non ti arriva

#antispam #email #greylisting #smtp #spam

Ci sono email che possono arrivare quando vogliono.

La newsletter del negozio dal quale abbiamo comprato una vite nel 2019, per esempio, può tranquillamente presentarsi martedì prossimo. Anche l'offerta imperdibile per il rinnovo di un antivirus che non possediamo più dal 2014 può prendersela comoda.

Poi ci sono le altre email.

Il codice per accedere al servizio. La conferma di una prenotazione. Il messaggio del cliente che deve arrivare adesso. La mail per reimpostare una password mentre siamo davanti allo schermo, con il browser aperto e il dito già nervosamente appoggiato sul tasto F5.

Ed è precisamente in quel momento che l'email decide di non arrivare.

Cinque secondi.

Aggiorna.

Dieci secondi.

Aggiorna.

Un minuto.

Si controlla lo spam.

Niente.

A questo punto l'essere umano moderno, che fino a tre minuti prima riteneva la posta elettronica una delle infrastrutture fondamentali della civiltà occidentale, comincia a domandarsi se non sarebbe stato meglio affidare il messaggio a un piccione.

Molto spesso, dietro tutto questo, c'è una simpatica invenzione chiamata greylisting.

Prima vennero i buoni e i cattivi

In origine le cose erano relativamente semplici.

C'erano le white list, cioè gli indirizzi o i server dei quali ci fidavamo.

E c'erano le black list — pardon, oggi preferiamo dire block list — contenenti quelli dei quali sarebbe stato opportuno diffidare.

Il principio era quello classico delle feste private.

Il signor Rossi è sulla lista: prego, entri.

Il signor Spammer è sulla lista sbagliata: mi rincresce, signore, ma temo che questa sera non sia possibile.

Semplice.

Finché qualcuno non osservò che gli spammer avevano la fastidiosa tendenza a cambiare indirizzi IP, server e identità con la stessa disinvoltura con cui un politico cambia partito.

Occorreva qualcosa di più sottile.

Entra in scena Evan Harris

Nel 2003 Evan Harris propose una nuova tecnica anti-spam e la chiamò greylisting.

L'idea era di una semplicità quasi puerile.

Quando un server sconosciuto prova per la prima volta a consegnarci un'email, il nostro server non dice:

«No.»

Dice:

«Non adesso.»

Tecnicamente restituisce un errore SMTP temporaneo della famiglia 4xx.

Ed è qui che bisogna conoscere una delle piccole regole di buona educazione sulle quali poggia Internet.

Un vero mail server, quando riceve un errore temporaneo, deve riprovare più tardi.

Così il server mittente se ne va, aspetta un po' e torna.

«Buonasera. Sono sempre io. Avrei questa email per Tizio.»

«Ah, certamente. Prego.»

E il messaggio passa.

La greylisting normalmente identifica il tentativo attraverso una combinazione di informazioni come indirizzo IP del server mittente, mittente e destinatario. Al primo incontro la combinazione è sconosciuta e viene temporaneamente respinta; quando si ripresenta dopo il tempo previsto, viene considerata più affidabile.

Perché questa stramberia dovrebbe fermare lo spam?

Perché quando la tecnica fu concepita molti sistemi utilizzati per spedire spam lavoravano secondo una filosofia assai diversa.

Avevano milioni di indirizzi ai quali scrivere.

Se un server rispondeva «riprova più tardi», spesso non riprovavano affatto.

Passavano al prossimo.

Il mail server legittimo, invece, disciplinato e rispettoso delle regole SMTP, tornava alla carica.

Era una specie di test di perseveranza.

Se torni, probabilmente sei una persona perbene.

O almeno il server di una persona perbene.

E bisogna riconoscere che, vista dal punto di vista dell'amministratore di sistema, possiede una certa eleganza.

Non bisogna analizzare il contenuto della mail.

Non occorre stabilire se «GUADAGNA 50.000 EURO LAVORANDO DA CASA!!!» sia effettivamente una comunicazione commerciale sospetta.

Non bisogna neppure accettare il messaggio.

Gli si chiude educatamente la porta in faccia e si osserva se torna.

Il problema è che torna anche la tua email

Ed eccoci alla parte interessante.

Supponiamo che abbiate appena chiesto il recupero della password di un sito.

Il sito genera immediatamente l'email.

Il suo server SMTP prova immediatamente a consegnarla.

E il vostro server risponde:

451 – Temporary failure. Try again later.

Dal punto di vista informatico non è successo assolutamente nulla di anomalo.

Il sistema sta funzionando esattamente come progettato.

Dal vostro punto di vista, invece, Internet è rotto.

Perché il server mittente non è obbligato a riprovare fra dieci secondi.

Potrebbe farlo dopo qualche minuto.

O più tardi, secondo la configurazione della sua coda SMTP.

Ed ecco l'assurdo.

Abbiamo costruito un sistema estremamente sofisticato per consegnare informazioni da una parte all'altra del pianeta praticamente alla velocità della luce.

Poi, per essere sicuri che la comunicazione sia legittima, uno dei due computer dice all'altro:

«Torna più tardi.»

Quando cinque minuti sono cinque minuti di troppo

Per una normale email aziendale il problema è quasi invisibile.

Se qualcuno mi scrive alle 10:03 e il messaggio arriva alle 10:08, con ogni probabilità nessuno si accorgerà di nulla.

Ma negli ultimi vent'anni abbiamo cominciato a usare l'email per operazioni che hanno caratteristiche completamente diverse.

Password reset.

Magic link.

Conferme di registrazione.

Codici di verifica.

Prenotazioni.

Avvisi automatici.

Messaggi che non ci aspettiamo genericamente «oggi».

Li aspettiamo adesso.

Ed è qui che un ritardo accettabile per la posta elettronica tradizionale diventa un'esperienza utente pessima.

L'utente non sa che da qualche parte due server SMTP stanno inscenando una raffinata cerimonia di riconoscimento reciproco.

Sa soltanto che sullo schermo c'è scritto:

Ti abbiamo inviato un'email.

E l'email non c'è.

Le cose, naturalmente, si complicano

Come ogni sistema ingegnoso inventato per distinguere i buoni dai cattivi, anche il greylisting ha dovuto fare i conti con il fatto che i cattivi imparano.

Gli spammer possono ritentare le consegne.

I grandi provider, al contrario, possono inviare i tentativi successivi attraverso server differenti e quindi con indirizzi IP diversi.

Questo può complicare il riconoscimento del mittente se il sistema di greylisting utilizza rigidamente l'IP come parte della propria identificazione.

In altre parole, il maggiordomo che avevamo messo alla porta per riconoscere gli ospiti indesiderati si è fatto un po' troppo zelante.

«Conosce il padrone di casa?»

«Sì.»

«È già stato qui?»

«Molte volte.»

«Ha un documento?»

«Certamente.»

«Magnifico. Torni fra cinque minuti.»

Quindi il greylisting è una cattiva idea?

Non necessariamente.

È una tecnica intelligente, economica e storicamente efficace.

Ma mette in evidenza una caratteristica dell'email che tendiamo a dimenticare:

SMTP è progettato per essere resiliente, non istantaneo.

La posta elettronica nasce con il concetto di store and forward.

Se una consegna non riesce adesso, si riprova.

Se un server non risponde, si aspetta.

Se c'è un problema temporaneo, il messaggio rimane in coda.

È proprio questa ostinazione a rendere l'email straordinariamente robusta.

Ed è altrettanto ironicamente questa ostinazione che permette al greylisting di funzionare.

Il server affidabile viene respinto e pensa:

«Pazienza. Tornerò.»

Il problema è che noi, dall'altra parte dello schermo, non abbiamo la stessa pazienza.

Noi abbiamo appena premuto:

INVIA CODICE DI ACCESSO

e dopo undici secondi abbiamo già concluso che l'intera infrastruttura mondiale della posta elettronica sia stata amministrata da incompetenti.

E allora resta da chiedersi se valga la pena di sopportare quel piccolo ritardo.

La risposta, almeno storicamente, è piuttosto imbarazzante.

In alcune misurazioni su server reali, il greylisting riusciva a fermare tra l’85 e il 95% dello spam prima ancora che questo dovesse essere analizzato da filtri più sofisticati. E nel 2022, quasi vent’anni dopo la sua invenzione e con gli spammer ormai perfettamente al corrente del trucco, uno studio USENIX misurava ancora una riduzione dello spam nell’ordine del 50%.

Non male per un sistema che non legge il messaggio, non analizza le parole, non consulta ChatGPT, non assegna punteggi e non cerca di capire se il principe nigeriano abbia davvero urgente bisogno del nostro IBAN.

Si limita a dire:

«Ripassi più tardi.»

I server di posta seri ripassano.

Molti spammer no.

Naturalmente il prezzo di questa brillante selezione naturale lo paghiamo noi proprio quando abbiamo appena premuto INVIA CODICE DI ACCESSO e, dopo diciassette secondi, stiamo già colpendo F5 con la compostezza di un gentiluomo britannico al quale abbiano appena comunicato che il bar ha finito il gin.

Ma bisogna concederlo al greylisting: per essere un antispam che, in sostanza, non fa altro che perdere tempo, di tempo agli spammer ne ha fatto perdere parecchio.